UNA FRUTTA DEL DESERTO.

Chi conosce il Mediterraneo, conosce il fico d'India. Non quello che singolare e cheosserva cactus, con i relativi fiori gialli e rizzando la frutta che sembra svilupparsi paradossalmente dal bordo dei fogli carnosi spessi, è realmente un nativo dell'Italia, della Spagna e dell'Africa del Nord, dove ora abbonda su ogni pendio di collina sole-smitten. Come il sig. Henry James ed il sig. Marion Crawford, il fico di Barbary, come la chiamata francese, è, in realtà, un cittadino americano, domiciliato e metà naturalizzata da questo lato dell'Atlantico, ma alambicco redolent a cuore della relativa origine colombiana. Niente è più comune, effettivamente, che vedere le immagini classiche della scuola di Alma-Tadema--non, naturalmente, dalla spazzola del padrone egli stesso, che è impeccabile in dettaglio tali, ma dagli impianti giusti degli imitatori rispettabili--in quale Caia o Marcia si appoggia a con garbo in sua stola bianca su un gomito pensive contro un architrave di marmo, al lato di un cortile decorato con un bacino di Pompeian e invaso con il fico d'India o “l'aloe americano.„ Devo appena dire che, come aspetto del fatto storico normale, nè i cactus nè le agavi sono stati conosciuti in Europa finchè lungamente dopo Christopher Columbus aveva diretto la sua corteccia errante ai puntelli sabbiosi dell'isola del gatto in Bahamas. (Ho veduto l'isola del gatto con questi occhi stessi e posso onesto assicurarlo che il relativo _are_ dei puntelli sabbioso.) Ma questo è soltanto uno fra le molte piccole inesattezze perdonabili dei pittori, che spingono il color scarlatto gerani dal capo di buona speranza nelle barrette di Aspasia, o re Solomon del rifornimento in tutta la sua gloria con i gigli giapponesi dell'introduzione più recente.

All'oggi, è allineare, sia il cactus della spinoso-pera che l'agave americana (che il mondo nel suo insieme insiste sulla confusione con l'aloe, un membro di una famiglia completamente distinta) si è sparsa in uno stato apparentemente selvaggio sopra tutti i litorali rocciosi sia del Southern Europe che dell'Africa del Nord. Le erbacce straniere del deserto hanno riparato saldamente le loro radici nei clefts sunbaked di Apennines ligure; il lampadario alto dell'agave occidentale ha elevato il relativo grande punto dei fiori di ramificazione (che fiorire non una volta, in secolo, come la leggenda avers, ma una volta durante circa quindici anni o così) su tutto il basking pendii di collina dell'atlante mauritaniano. Ma per l'origine e quindi per la storia evolutiva, di la una o la altra pianta, dobbiamo osservare a partire dal puntello del mare interno alla distesa arida del deserto messicano. Era là, fra le rocce soffocanti del Tierras Calientes, che questi cactus poco maneggevoli in primo luogo hanno imparato coprirsi della posta spinosa, immagazzinare nei loro tessuti allentati un rifornimento abbondante di umidità appiccicosa e fissare alla sfida gli attacchi persistenti di tutti i nemici esterni. Il fico d'India, infatti, è un caso tipico di una pianta di deserto, poichè il cammello è un caso tipico di un animale del deserto. Ciascuno si stabilisce per resistere alle siccità lunghe del relativo habitat quasi arido bevendo tanto come può quando l'occasione offre, accumulando sull'acqua superflua per evaporazione di economizzazione e di uso futuro dall'ogni mezzi nel relativo potere.