La parola “slancio„ o il gusto, “il buon gusto,„ nel relativo senso moderno, inoltre ha balzato in uso circa questo tempo. Il gusto è stato ritenuto un giudiziario facoltà, diretta verso il bello e così in parte distinto dal giudizio intellettuale. Più ulteriormente è stato bisecato in active e nel passivo; ma il precedente ha funzionato nella definizione “del ingegno,„ la sterilità descritta posteriore. La parola “slancio,„ o il gusto come giudizio, era in uso in Italia ad un periodo molto in anticipo; ed in Spagna troviamo il passo lungo di Vega ed i suoi contemporanei che dichiarano che il loro oggetto è “di dilettarsi il gusto„ del loro pubblico. Questi usi della parola non sono di importanza per quanto riguarda il problema di arte e dobbiamo rinviare a Baltasar Gracian (1642) per una definizione del gusto come una facoltà o atteggiamento speciale dell'anima. I produttori italiani del periodo echeggiano gli elogi di questo moralista laconico, che, quando ha parlato “di un uomo del gusto,„ significato descrivere che cosa denominiamo oggi “un uomo di tatto„ nel comportamento di vita.

Il primo uso della parola in un senso rigorosamente estetico si presenta in Francia nell'ultimo trimestre del diciassettesimo secolo. La La Bruyere scrive nel suo _Caracteres_ (1688): “L'IL y un l'art un point de perfection, natura dei dans della La dei dans del maturite del comme de bonte ou de: qui le di celui trasmesso et l'aime di qui, un parfait del le gout; Ne le di qui di celui trasmesso a passo di danza et dela dell'Au del ou della deca dell'Au del aime di qui, un defectueux del le gout. L'IL y un bon del donc ONU et un gout di mauvais dell'ONU et fondement del avec di gouts del DES di disputa del l'on.„ La squisitezza e la variabilità o la varietà si sono aggiunte come attributi del gusto. Questa definizione francese della parola italiana è stata adottata veloce in Inghilterra, in cui si è trasformato in “nel buon gusto,„ e lo troviamo utilizzato in questo senso in produttori italiani e tedeschi circa di questo periodo.

Le parole “l'immaginazione„ e “immaginazione„ inoltre sono state passate con crogiolo in questo secolo. Troviamo lo Sforza-Pallavicino cardinale (1644) che incolpiamo di coloro che cerca la verità o la falsità, per la verità verisimilar o per storica, nella poesia. La poesia, tiene, riguarda le apprensioni primarie, che danno nè la verità nè la falsità. Così l'immaginazione sostituisce il verisimilar degli allievi sicuri di Aristotle. Il cardinale continua la sua eloquenza con l'osservazione di cucitura che se l'intenzione della poesia fosse di essere allineare creduto, quindi la relativa estremità reale sarebbe falsità, che assolutamente è condannata dalla legge della natura e da God. Il solo oggetto delle favole poetiche è, dice, di ornare il nostro intelletto con i imaginings sontuosi, nuovi, meravigliosi e splendidi e così grande ha stato i benefici che si accrescono da questo alla razza umana, che i poeti sono stati ricompensati con un superiore di gloria a qualsiasi altro ed i loro nomi sono stati coronati con i honours divini. Ciò, dice in suo trattato, _Del Bene_, è stata la ricompensa giusta dei poeti, anche se non sono stati elementi portanti di conoscenza, né averli ha manifestato la verità.